C’era una volta San Marco
C’era una volta San Marco. A Castions c’è ancora, ma non è più lo stesso, come non lo è il resto del mondo. A renderlo diverso, più che lo stravolgimento della toponomastica – la chiesetta, il fiume, la pomputa, persino il cimitero, sono lì dove stavano prima – sono stati i cambiamenti delle persone. La loro vita è oggi diversa: per stile ed abitudini. San Marco era fino a qualche decennio fa un borgo che manteneva un sapore contadino. Anche quando i più erano passati a lavorare in fabbrica. Ci si conosceva, le relazioni sociali erano strette. La strada più che un luogo di passaggio lo era d’incontro. Le viuzze laterali erano un campo giochi, la piazzettina, con la pompa un luogo di ritrovo e di ristoro, i vicoletti un luogo per aggiornarsi ed aiutarsi. Ogni tanto anche bisticciando. Ora San Marco – come altri borghi nel paese – è semplicemente una via. Come tante altre. Se salutare e spendere due parole nei crocicchi, o tra vicini, era un tempo del tutto normale oggi – qui come altrove – risulta un’eccezione. Manca il tempo, e la voglia. Persino l’orologio della chiesetta scandisce, con i suoi rintocchi, ormai il susseguirsi di appuntamenti lontani. I propri impegni sono quasi sempre fuori San Marco, e persino l’incontro con gli amici – reali o virtuali – riguardano sempre meno il nostro “prossimo”. Anche gli amici vengono e sono da fuori. Un tempo non era così. Come ogni borgo di paese, San Marco aveva una sua vita. E aveva i propri eroi: quei personaggi che si ammiravano – per tante ragioni: professionali, spirituali, umane, o semplicemente folcloristiche. E con i propri meriti, o con le proprie ubbie si distinguevano. Ognuno li conosceva, e se qualcuno li dimenticava non tardava a ricordarselo, durante i pomeriggi passati a giocare sulla strada. O durante gli incontri al rientro di una giornata di fatiche, o negli scambi dei dopocena, privi della tanta tv di oggi. Ora anche questi eroi sono passati in cavalleria, rimpiazzati da quelli standardizzati dei mass-media. Anche il piacevole rumore del fiume ora è soffocato dai rasaerba accesi a qualsiasi ora, dalle sirene degli antifurti, dalle discoteche improvvisate nei giardini. Il rispetto del prossimo o meglio del vicino viene continuamente calpestato. Persino i bambini sembrano aver imparato in fretta che il mondo è cambiato. A differenza di un tempo non si sentono più giocare all’aperto, e non solo perchè meno numerosi, ma perchè anch’essi rimangono rinchiusi tra le mura di casa. A cimentarsi spesso a fare sport, che però oggi è più di tifo che di pratica. D’altronde la palestra delle strade, è oggi meno sicura di un tempo. E se allora trasformarla in un campo di pallone era considerato prassi quotidiana, ora verrebbe giudicata prassi impavida e da incoscienti. Per non parlare delle nuove passeggiate “salutiste” in compagnia di un piccolo monitor in grado di calamitare qualsiasi occhio ed escluderne completamente il circondario. Si dice che questo è il prezzo che paghiamo al benessere. Già il benessere, sinonimo di egoismo, ha invaso anche il nostro borgo. Abbiamo perso parte delle nostre radici, in cui la solidarietà era fatta di gesti quotidiani e di relazioni con il proprio vicino. Siamo riusciti a restaurare la nostra vecchia chiesetta, ma i nostri vecchi stili di vita sono cambiati. Forse inesorabilmente. Come spiegare alle nuove generazioni che i nostri vecchi abitavano in una grande famiglia, senza finestre e porte chiuse e che il salotto non comprendeva un divano o una poltrona ma un pezzo di mattone attorno alla pomputa di San Marco? Forse a qualcuno ritornerà un pò di nostalgia. Ma capire come eravamo potrebbe non essere inutile per aiutare a disegnare un mondo – o anche semplicemente un borgo – di come vorremmo essere.

Foto degli anni ’70 in ricorrenza della festa di San Marco
(per gentile concessione)
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